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The flowers I've never loved

Textile print on cotton fleece, nylon threads, paper, fishing hooks.

“I fiori che non ho mai amato” – L’installazione artistica di Giuseppe Zanoni per la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, l’artista e fotografo Giuseppe Zanoni presenta negli spazi di Clarisse Arte di Grosseto una potente installazione dal titolo The flowers I've never loved. Un progetto di arte contemporanea che affronta con delicatezza e intensità uno dei temi più urgenti della nostra società: la violenza di genere, troppo spesso invisibile, nascosta, ignorata o ascoltata troppo tardi.

L’opera nasce con un intento preciso: generare consapevolezza, aprire una riflessione collettiva, rendere visibile ciò che molte donne vivono tra le pareti di casa, quel luogo che dovrebbe essere un rifugio e che invece, a volte, diventa il teatro della violenza più vile.


Il simbolo del fiore: tra dono e inganno

Nell’immaginario comune, i fiori sono fra i gesti più delicati e simbolici che un uomo possa rivolgere alla propria compagna. Un mazzo di fiori rappresenta amore, attenzione, cura. Nella nostra cultura, regalare fiori è un modo per celebrare la bellezza della donna, la sua sensibilità, il suo essere centrale nelle relazioni affettive.

Ma cosa accade quando un simbolo così dolce diventa, invece, il velo dietro cui si nasconde la colpa più grande? The flowers I've never loved nasce proprio da questa domanda. In molte storie di violenza domestica, l’amore appare come un gesto ingannevole, costruito, manipolatorio. Spesso, dietro un mazzo di fiori, si cela la volontà di chiedere perdono dopo un episodio di abuso, oppure di cancellare la ferita inflitta.

Zanoni ribalta questo simbolo: quei fiori diventano barriera, maschera, silenzio.


L’immagine della donna: un volto negato

Nel cuore dell’installazione troviamo una donna il cui volto è completamente coperto da un mazzo di fiori. Non possiamo vedere il suo sguardo, non possiamo interpretare la sua espressione, non possiamo sentire la sua voce. È un’immagine forte, quasi disturbante, che rappresenta la condizione di molte donne vittime di violenza psicologica, fisica o economica: l’invisibilità.

La donna ritratta non è una modella, né una figura idealizzata. È una donna comune, simbolo delle tante storie che rimangono nell’ombra. La scelta di utilizzare persone reali, non attrici, rende il progetto ancora più autentico e vicino alla realtà quotidiana.


Il ruolo dell’uomo nell’opera

L’installazione suggerisce un’altra immagine significativa: l’uomo che, rimasto solo, cerca di scorgere il volto della donna dietro ai fiori, ma non riesce a vedere nulla se non quel gesto apparente, quel dono che non ha mai amato, perché simbolo di ipocrisia e violenza non affrontata.
È una metafora che parla direttamente alla responsabilità maschile: riconoscere, guardare davvero, non nascondersi dietro al rituale del regalo o del gesto superficiale.


Il velo di cotone: trasparenza, fragilità e movimento

Le fotografie sono di grande formato, stampate su un velo di cotone semitrasparente. Questo elemento è fondamentale per la narrativa dell’opera. Il velo si muove quando il visitatore passa accanto, creando un effetto vivo, dinamico, quasi fragile.
La trasparenza aggiunge livelli percettivi diversi: ciò che è nascosto e ciò che emerge, ciò che si intravede e ciò che viene oscurato.

L’osservatore non è soltanto spettatore: diventa protagonista. Non può ignorare, non può “voltarsi dall’altra parte”, proprio come non dovremmo farlo quando leggiamo o ascoltiamo episodi di femminicidio o di violenza domestica.


Il messaggio partecipato: 100 bigliettini per dare voce alla comunità

Sotto ogni opera vengono collocati 100 bigliettini, ognuno dei quali contiene un pensiero, una riflessione o un messaggio scritto dai partecipanti al progetto. Il visitatore può prenderne uno, portarlo con sé, farlo uscire dagli spazi espositivi e diffonderlo nella comunità.

È un gesto simbolico potentissimo: la sensibilizzazione non rimane confinata nella mostra, ma si propaga, si moltiplica, esce all’esterno e porta con sé il seme del cambiamento.


Donne reali, storie reali

Le donne ritratte nell’installazione rappresentano storie, traumi, fragilità, ma anche forza e resistenza. Sono donne normali, come quelle che incontriamo ogni giorno, e proprio per questo il messaggio diventa universale.
Nella nostra società, troppo spesso cieca o sorda di fronte alla violenza, la trasformazione deve partire dall’individuo: dal coraggio di vedere, di ascoltare, di parlare.


Un’opera che chiede consapevolezza

The flowers I've never loved non è soltanto una mostra fotografica o un’installazione artistica. È un invito diretto alla coscienza collettiva, un invito a non normalizzare più nessuna forma di violenza, a non ignorare segnali, a non voltarsi dall’altra parte.
È un’opera che chiede responsabilità, che scuote, che mette lo spettatore di fronte alla realtà in tutta la sua crudezza e verità.

Works

Installation at Clarisse Arte in Grosseto

The following collaborated on the project: Antonella Sale, Arianna Ilari, Beatrice Gradassa, Caterina Gaggero, Erika Sabiu, Giada Filaci, Irene Entani, Irene Silvestri, Manuela Tosi, Natalia Cellini, Valeria Gambardella, Giacomo Guidoni, Marina Ceccarini, Antonella Bonaffini and Beatrice Coli.

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