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NITIDEZZA, RUMORE E STORYTELLING

In una notte carica di tensione, al confine tra la Serbia e l’Ungheria, il 28 agosto del 2015 un padre consegna il figlio ad un’altra persona attraverso il filo spinato che segna il confine. L’immagine catturata da Warren Richardson in quella situazione estrema gli valse il prestigioso riconoscimento del World Press Photo nel 2016.

Questi i dati di scatto: tempo di otturazione di 1/5 s, focale di 24 mm, diaframma aperto a 1,4 e ISO a 6400. Osservando attentamente la fotografia, emerge un leggero mosso e un’abbondanza di rumore. Scattata di notte senza l’ausilio di luci supplementari, l’immagine ha richiesto un’apertura ulteriore in fase di editing, causando il disturbo visivo.

Ma perché il fotografo ha scelto di non correggere il rumore in fase di post-produzione? La risposta è semplice: la narrativa della fotografia è più importante di ogni altra cosa, compresa la qualità dell’immagine.

La storia raccontata da un’immagine è la sua essenza, il suo cuore pulsante. Senza una storia, ogni fotografia è priva di significato, un insieme di pixel che non comunicano nulla.

Estreme correzioni della nitidezza e del rumore, così come l’aumento della saturazione del colore, spesso diventano mere espressioni di vanità, tentativi di “arricchire” immagini vuote di contenuto. In un’era digitale in cui il concetto del triangolo espositivo è ormai obsoleto, l’importanza risiede nella creazione di nuove visioni che narrino le esperienze e la vita delle persone.

Questo non significa trascurare l’esposizione e la messa a fuoco, ma la facilità d’uso delle moderne fotocamere e la possibilità di visualizzare immediatamente le immagini appena catturate sullo schermo ci spingono a concentrarci maggiormente sui contenuti e sulla composizione.

Le fotografie che narrano storie hanno il potere di cambiare vite, di suscitare emozioni e di far riflettere. Quelle prive di narrazione rimangono statiche, incapaci di influenzare il mondo che le circonda. In un universo visivo saturo di immagini, la vera forza risiede nella capacità di raccontare storie che toccano il cuore e che possono davvero fare la differenza.

Questo articolo ha 3 commenti

  1. Concordo pienamente con te… Come in ogni forma d’arte, anche nella fotografia la tecnica non deve alterare forma ed espressione. Uno scatto racconta ciò che immortala, e ci sono dettagli “reali” che se alterati, alterano sicuramente la narrazione, e con essa ciò che quel “fermo immagine” trasmette a chi lo osserva…

  2. Sono assolutamente d’accordo. Le fotografie che narrano storie hanno il potere di comunicare in profondità, catturando l’attenzione e ispirando riflessioni. La vera bellezza dell’arte fotografica risiede nella sua capacità di trasmettere emozioni e stimolare la consapevolezza, andando oltre la semplice rappresentazione visiva.

  3. E’ difficile prendere una posizione razionale quando si entra in un ambito soggettivo come può esserlo qualcosa che “tocca il cuore”. D’istinto credo che chi ha un minimo di cognizione di causa sulla storia della fotografia e sul significato stesso della sua esistenza possa dirsi d’accordo. Deve essere sottolineato però il distinguo che tu hai fatto: distinguiamo le fotografie che “narrano storie che toccano il cuore” e quelle che “narrino le esperienze e la vita delle persone.” dalle altre. Le altre hanno infatti una dimensione emotiva che può toccare i sensi più che il cuore. Si pensi ad esempio alla macrofotografia o allo still life o all’astrofotografia : in questi ambiti la componente tecina ha un ruolo maggiore anche se sarebbe sbagliato dire che sia prioritaria. Non parlo di ritratto di moda perchè non è il mio campo ma credo che anche lì un “valore aggiunto” possa essere quello tecnico, si pensi ad esempio a tutto quello che un fotografo professionista fa “sulla pelle” dei soggetti. A mio parere il vero problema è quando questo distinguo non si fa e si giudica una fotografia con un metro sbagliato.

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