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Minoica — amore, dipendenza e desiderio di trasformazione

Minoica è un lavoro che affonda le proprie radici nell’arcaico per parlare di una condizione profondamente contemporanea: l’amore come forma di dipendenza, come forza che trattiene e, allo stesso tempo, come possibilità di trasformazione. Il riferimento alla civiltà minoica non è solo estetico o storico, ma simbolico: un mondo in cui mito, corpo, rito e natura convivevano in un equilibrio fragile e potente, proprio come accade nei legami più intensi dell’essere vivente.

Il mito come struttura dell’inconscio

Nel progetto si innesta una riflessione che rimanda direttamente alla lettura junghiana del mito. Come scrive Jung nel 1912, il desiderio di congiungersi alla madre — evocato nel mito di Giocasta — non va inteso come pulsione letterale, ma come tensione archetipica verso l’origine, verso ciò che ci ha generato.
Il figlio che uccide il padre e si unisce alla madre compie un atto estremo di rottura e ritorno: distrugge l’ordine precedente per tentare una rinascita. È un desiderio di trasformazione, di rigenerazione, che attraversa l’inconscio umano e che in Minoica diventa materia visiva.

Amore da dipendenza: il nodo centrale dell’opera

Minoica è, prima di tutto, una rappresentazione dell’amore da dipendenza. Un amore che seduce e imprigiona, che promette protezione e identità, ma che può trasformarsi in una gabbia invisibile. In questo senso, l’opera non racconta una storia individuale, ma una condizione universale: quella di chi rimane intrappolato in un legame che trattiene più di quanto liberi.

La piuma, elemento ricorrente e altamente simbolico, incarna perfettamente questa tensione. È per sua natura leggera, nata per il volo, per l’aria, per il movimento. Eppure, fusa nella cera, perde la possibilità di librarsi: rimane sospesa, immobilizzata, come un essere vivente imprigionato in una relazione totalizzante. Non è la violenza esplicita a trattenerla, ma una forma di adesione silenziosa, viscosa, apparentemente protettiva.

Trasformazione, ferita, memoria

La liberazione è possibile, ma ha un prezzo. Solo un calore intenso può sciogliere la cera e permettere alla piuma di separarsene. Questo gesto non è indolore: il tessuto rimane segnato per sempre dal contatto. È una metafora potente della trasformazione umana.
Ogni uscita da una dipendenza, ogni rinascita, porta con sé una traccia indelebile. Non si torna mai allo stato originario. Si diventa altro.

In Minoica, la materia registra questa trasformazione: superfici che mostrano stratificazioni, zone di luce e opacità, elementi che dialogano tra loro senza mai fondersi completamente. Il lavoro non propone una redenzione pura, ma una consapevolezza: la trasformazione passa sempre attraverso una ferita.

Un rituale visivo tra passato e presente

Il riferimento alla civiltà minoica amplifica questa lettura. Quel mondo antico celebrava la ciclicità della vita, la morte e la rinascita, il legame profondo tra individuo e natura. Minoica recupera quella dimensione rituale e la trasporta nel presente, trasformando l’opera in un luogo simbolico in cui mito, inconscio e materia si incontrano.

La foglia d’oro introduce una dimensione sacrale, quasi iconica, che non celebra la perfezione, ma il valore dell’esperienza. La luce non cancella il dolore, lo rende visibile. Così come l’amore, anche la materia è ambigua: può proteggere o imprigionare, può nutrire o consumare.

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Tecnica mista: acrilico su legno, piume, cera, alluminio, rame, foglia d’oro. | 2013 | Raffigurazione antropomorfa del complesso di Giocasta.

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